Con migliaia di siti archeologici e storici sull’isola, dalla preistoria al patrimonio industriale, il visitatore della Sardegna ha l’imbarazzo della scelta. In questo articolo Gianluca, archeologo sardo, ci consiglia 20 dei migliori siti archeologici e storici per chi visita l’isola per la prima volta. Li avete visti tutti e cercate altri luoghi da vedere e cose da fare? In seguito, consultate le nostre guide più dettagliate sui diversi tipi di siti e musei in fondo alla pagina.
- Gianluca Pitzeri
- Last Checked and/or Updated 10 July 2025
- Italy, Sardinia
La Sardegna è una terra antica e ricca di storia. Chiamata anche isola delle torri, per via degli oltre 7.000 nuraghi presenti nel suo territorio, i greci la conoscevano come Ichnussa, per la sua forma che ricorda l’impronta della pianta di un piede. I Romani la chiamarono Sardegna in onore di Sardo, l’eroe che, secondo la leggenda, occupò l’isola mentre proveniva dalla Libia. Numerose civiltà sono state ospitate all’interno dei suoi confini nel corso dei millenni, e numerose sono le loro testimonianze sparse sul territorio.
Da nord a sud, dalla costa occidentale a quella orientale, non c’è un luogo che non meriti una sosta. Ogni sito storico e archeologico riesce a trasmettere una sensazione unica, accompagnata da un senso di continua scoperta, all’interno di un paesaggio bellissimo e incontaminato.
Naturalmente, oltre a questi 20 luoghi, che vogliono essere un’introduzione a ciò che l’isola ha da offrire, ce ne sono molti che sono stati tralasciati e che tuttavia meritano grande attenzione. Seguite i link in fondo a questa pagina per altre idee sui luoghi da visitare in Sardegna.
L’invito è a scoprire questa terra che, con la sua storia millenaria, le sue tradizioni, i suoi piatti tipici e i suoi paesaggi mozzafiato, vi farà innamorare.
Map of Archaeology & History Sites in Sardinia
Su Nuraxi of Barumini
Su Nuraxi è senza dubbio uno dei siti più rappresentativi della società nuragica. Non è ancora certo se questi complessi fossero centri di comando, fortezze per il controllo del territorio o residenze per le famiglie più importanti. Quello che è certo è che si trattava di strutture imponenti.
Si trova nella regione della Marmilla, nel comune di Barumini, su una collina che domina la pianura sottostante. Portato alla luce tra il 1950 e il 1957 da Giovanni Lilliu, figura di spicco dell’archeologia sarda, nel 1997 è entrato a far parte del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, di cui è tuttora l’unico sito archeologico dell’isola.
Per più di 2000 anni, il sito ha visto una continuità di vita, a partire dal XVI secolo a.C., quando fu costruita la torre centrale alta 18 metri, e successivamente, circondato
da altre quattro torri.
Tra il IX e il VI secolo a.C., sopra i resti del nuraghe ormai crollato, sorse un villaggio che rappresenta un caso eccezionale per la complessità delle tecniche costruttive e delle tipologie abitative, per i contatti che esistevano con il resto delle civiltà mediterranee. L’area fu frequentata fino all’epoca romana, nel III secolo d.C., e sporadicamente fino al VII secolo d.C.. La visita è qualcosa che lascia un segno indelebile, tra lo stupore per l’imponente architettura nuragica e il continuo senso di scoperta che il camminare tra queste antiche rovine restituisce.
Tharros
La città è stata costruita su un’area che in precedenza aveva ospitato la civiltà nuragica, di cui rimangono importanti tracce in tutta la zona. In seguito, i Fenici, intorno alla fine dell’VIII secolo a.C., si stabilirono sulla penisola, fondando un emporio. Al periodo cartaginese (fine del VI secolo a.C. – 238 a.C.) appartengono alcuni dei manufatti più belli e particolari, rinvenuti all’interno delle tombe a camera puniche. Nessun altro centro in Sardegna ha restituito una tale quantità di oggetti preziosi, a testimonianza della grande importanza che doveva avere, sia nei traffici commerciali del Mediterraneo antico, sia nella produzione in loco di tali manufatti.
I Romani, soprattutto in epoca imperiale, procedettero a monumentalizzarlo, modificandone l’antico impianto. Il centro subì un lento declino durante le incursioni dei Saraceni sulle coste sarde (VIII secolo d.C.), portando la popolazione ad abbandonare la zona. Intorno alla metà dell’anno 1000 d.C., la sede episcopale fu trasferita nella vicina Oristano, situata in una zona più interna e riparata, ponendo fine alla vita dell’antico centro. Purtroppo, le sue rovine divennero meta di numerosi tombaroli tra il XVII e il XIX secolo, alla ricerca dei preziosi tesori custoditi all’interno delle tombe. Molte figure e manufatti sono andati perduti, mentre altri sono stati dispersi tra collezioni pubbliche e private, compresi alcuni pezzi importanti esposti al British Museum.
Tharros è sicuramente uno dei luoghi più rappresentativi e iconici dell’isola, capace di far innamorare di sé grazie ai suoi fantastici panorami, che creano un mix unico di natura e storia.
Monte D'Accoddi
A circa 11 km da Sassari, sulla strada per Porto Torres, si trova questa piccola meraviglia costruita nel Neolitico recente.
Fu scoperto negli anni Cinquanta e negli anni Ottanta la parte occidentale fu ricostruita in modi che ancora non convincono del tutto gli esperti. Il tempio presenta due fasi costruttive: la prima, datata tra il 4000 e il 3200 a.C., vede la costruzione del cosiddetto “tempio rosso”, così chiamato per la presenza di intonaco e vernice rossa sul pavimento, poi inglobato dalla successiva riqualificazione dell’area; la seconda tra il 3200 e il 2700 a.C. in cui è stata costruita la nuova struttura del tempio, in un’area che occupa 1600 metri quadrati. Doveva essere alto circa 8 metri, a forma di piramide tronca, accessibile attraverso una rampa lunga 40 metri, che culminava, dopo una breve scalinata, nella terrazza all’aperto. Tutt’intorno, c’era un villaggio precedente al tempio, non ancora del tutto
scavato.
Nel panorama europeo, questa struttura rappresenta un caso unico, che richiama l’approccio e l’ideologia delle ziggurat mesopotamiche. Ovviamente, sia le tecniche costruttive che le dimensioni sono diverse, ma appare comunque come un luogo in cui la comunità si riuniva, per celebrare riti propiziatori legati alla fertilità , in un luogo che metteva la terra in diretto contatto con il cielo.
Tempio di Antas
Nel territorio di Fluminimaggiore, in una valle verdeggiante immersa nella più totale tranquillità , si trova il Tempio di Antas. L’edificio è uno dei più caratteristici e rappresentativi dell’isola. Un primo edificio sacro fu costruito intorno al 500 a.C. dai Punici, in onore del dio Sid Addir, la stessa divinità che troviamo nelle città di Tiro e Sidone, situate sulla costa libica. Nel 38 a.C. Augusto volle costruire un nuovo tempio in onore della divinità dei Sardi, cioè Sardus Pater Babai, forse anche per eliminare le tracce del precedente culto punico, assimilandolo al nuovo culto romano.
L’area era già nota nell’antichità per la ricchezza delle sue risorse minerarie, in particolare ferro e piombo, dando alla costruzione del tempio un chiaro significato strategico per il controllo di queste materie prime. Fu restaurata per volere dell’imperatore Caracalla tra il 213 e il 218 d.C., ma ciò che vediamo oggi è il risultato di una ricostruzione avvenuta nel 1967, quando furono effettuati i primi scavi. La scoperta avvenne invece nel 1836 ad opera del generale La Marmora, che non poté scavare per mancanza di mezzi. Nelle immediate vicinanze si trovano tracce di cave romane e di un villaggio nuragico, a testimonianza dell’antica frequentazione dell’area. Infine, è possibile raggiungere le vicine grotte di Su Mannau anche a piedi, seguendo l’antica strada romana.
Basilica di San Simplicio a Olbia
La chiesa, che nel 1993 è stata insignita del titolo di basilica minore da Papa Giovanni Paolo II, è dedicata al santo patrono della città di Olbia e sorge su una piccola collina un tempo fuori dal circuito urbano del centro storico.
San Simplicio morì martire il 15 maggio 304 e vicino alla sua sepoltura, come spesso accadeva nei primi periodi del cristianesimo, fu costruito un cimitero sul quale fu poi eretta la chiesa. Fu probabilmente costruito per volere dei Giudici di Gallura, tra la seconda metà dell’XI e l’inizio del XII secolo. La festa patronale, una delle più suggestive e sentite dell’isola, si svolge nella settimana del 15 maggio.
La chiesa è uno dei maggiori rappresentanti dello stile romanico in Sardegna, che si diffuse più in generale in tutta Europa tra l’XI e il XII secolo. È costruita in granito locale e ha una pianta a tre navate, con un’abside a nord-ovest, sulla quale rimangono due affreschi, ormai sbiaditi, raffiguranti San Simplicio e San Vittore. Sotto l’altare, le reliquie del Santo, scoperte nel 1614 durante gli scavi della cripta, sono conservate in un reliquiario.
L’intera area è anche di grande interesse archeologico, poiché negli scavi davanti alla basilica sono state rinvenute 450 tombe romane datate dal 200 a.C. al 300 d.C., oltre ad altre necropoli e aree di culto, che coprono le prime fasi della città , dai Fenici al periodo medievale.
Sito archeologico di Romanzesu
All’interno di un bosco di sughere, nel territorio di Bitti, che appare quasi incantato per il modo in cui le rovine dell’antico insediamento si fondono con la vegetazione, si trova l’area archeologica di Romanzesu. Si tratta di un villaggio-santuario di epoca nuragica, costruito intorno al XVI secolo a.C.. Deve il suo nome alla presenza dei Romani che decisero di stabilirsi qui tra il II e il III secolo d.C..
Il sito presenta alcune strutture uniche, che offrono ai visitatori uno sguardo su alcuni aspetti della sacralità nuragica. Su una superficie di 7 ettari, si trovano circa 100 capanne e vari edifici di culto. Collegato al pozzo sacro c’era un bacino sub-ellittico con diverse file di gradini, che aveva sia la funzione di raccogliere l’acqua in eccesso del pozzo sia di ospitare la comunità durante i momenti cerimoniali legati al culto dell’acqua. La capanna del labirinto è sicuramente una delle più suggestive, che conduce alla sala sacra centrale attraverso una sorta di percorso rituale, formato da tre file di pareti concentriche con ingressi sfalsati. Infine, la tomba dell’eroe consisteva in una camera centrale sigillata, che ha restituito armi di bronzo all’interno, ma nessuna sepoltura, suggerendo che rappresentava una sorta di luogo di culto simbolico. Questi siti trasmettono perfettamente la grande importanza che la civiltà nuragica dava alla sfera sacra, attorno alla quale sembra gravitare questo villaggio.
Mura medievali di Alghero
La bella città di Alghero, situata sulla costa sarda nord-occidentale, fu fondata secondo la tradizione all’inizio del 1100 dalla famiglia genovese dei Doria. Le mura furono erette poco dopo, verso la metà del XII secolo, con una disposizione iniziale che contava 26 torri. Dopo la presa della città da parte degli Aragonesi, nei vari eventi che si svolsero tra il 1353 e il 1354, nel XVI secolo si decise di ricostruire le mura, per adeguarsi alle nuove esigenze difensive dovute ai nuovi sistemi di artiglieria.
Nel 1867, la città cessò di essere considerata strategica, un fatto che avrebbe dovuto portare al completo smantellamento del circuito murario, ma che fortunatamente portò solo alla rimozione delle fortificazioni della linea di terra. Oggi sono visibili otto torri, tra cui le più famose sono la Torre di Porta Terra, un tempo punto di accesso alla città per chi arrivava da Sassari, salvata dalla demolizione nel 1867, e la Torre di Sulis, che prende il nome da un tribuno cagliaritano che, essendo famoso per aver fomentato rivolte, fu condannato e imprigionato al suo interno per 20 anni intorno al XVIII secolo. Le mura di Alghero sono un luogo meraviglioso e ricco di storia che, da quasi 900 anni, incantano chi le percorre e sostiene la città .
Necropoli di Monte Siseri
La tomba, soprannominata s’Incantu, ma conosciuta anche come Tomba dell’Architettura Dipinta, si trova nel territorio del comune di Putifigari, in provincia di Sassari, e fa parte di un piccolo complesso di necropoli situato sul Monte Siseri, composto da quattro Domus de Janas in totale.
S’Incantu è senza dubbio un piccolo gioiello, per il livello tecnico, decorativo e architettonico delle sue forme. È stato scoperto nel 1985 e indagato nel 1989. Il periodo di costruzione è compreso tra il 3200 a.C. e il 2600 a.C., il che lo colloca come uno dei punti più alti dell’arte neolitica sarda. Un lungo dromos dà accesso a un piccolo atrio, seguito dalla cella centrale, sulla quale si aprono le due celle laterali per la deposizione dei morti. La cella centrale, alta due metri, presenta due colonne che sorreggono un soffitto a doppio spiovente, dove sono intagliate in rilievo tavole di legno finto, alternativamente colorate di nero e ocra rossa.
C’è anche un falò simbolico, rappresentato da cinque cerchi concentrici al centro della stanza, dove un tempo venivano poste le offerte dedicate ai defunti. Nella cella e nell’anticella sono presenti simboli legati al mondo funerario, come false porte e protomi taurine di altissimo livello tecnico. Tutti questi elementi, entrando nella camera, sembrano trasportare il visitatore nel mondo sacro e simbolico che gli autori della tomba di s’Incantu volevano trasmettere.
Anfiteatro romano di Cagliari
L’Anfiteatro romano di Cagliari, costruito tra la fine del I e l’inizio del II secolo d.C., è stato in parte scavato nella roccia, sulle pendici meridionali del colle di Buon Cammino, all’interno dell’antica valle di Palabanda.
Nel suo periodo di massimo splendore, durante i giorni di festa della civiltà romana, quando venivano ospitati vari tipi di “giochi”, come i ludi gladiatorii o le venationes (gare di caccia agli animali selvatici), doveva contenere circa 8000 persone. La parte anteriore dell’ingresso è stata costruita interamente in muratura, essendo l’unica parte che non poggiava sulla parete rocciosa, e doveva raggiungere un’altezza di circa 20 metri.
Durante il periodo medievale, l’intera area fu sottoposta a pesanti spoliazioni che privarono l’edificio delle sue preziose decorazioni, trasformandolo in un semplice scheletro architettonico. L’Anfiteatro è un simbolo della città di Cagliari, che ha saputo cambiare le sue funzioni in base alle esigenze delle popolazioni che lo hanno abitato nel corso dei secoli. Utilizzato a scopo residenziale nel dopoguerra, è stato poi adibito a teatro per spettacoli e concerti, mentre attualmente si sta cercando di mettere in sicurezza gli spazi interni per riportarlo in vita condividendone gli spazi con il pubblico. Se vi trovate a Cagliari, non potete assolutamente perdere l’occasione di ammirarlo insieme al bellissimo panorama cittadino, durante una splendida passeggiata nella zona.
Maggiori informazioni sull'anfiteatro romano di Cagliari
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Il Santuario nuragico di Santa Vittoria
Il santuario nuragico di Santa Vittoria si trova nel territorio di Serri, al confine tra il Sarcidano e la Trexenta, su un altopiano che in Sardegna si chiama Giara. L’area offre una splendida vista su tutto il paesaggio circostante, che spazia dai monti del Gennargentu alle colline della Marmilla.
Il nome del sito deriva dall’antica chiesetta in onore di Santa Maria della Vittoria, costruita probabilmente in epoca bizantina, anche se poi modificata. Il santuario nuragico si distingue per l’ampiezza dell’area e l’unicità delle varie strutture. Vi è un antico proto-nuraghe (XVII – XIV secolo a.C.), poi inglobato da un nuraghe più recente (XIII – XII secolo a.C.); un tempio a pozzo, risalente al IX secolo a.C., di pregevole fattura, presenta una struttura bicromica con blocchi di basalto e calcare. Nel vicino tempio ipetrale, in cui si scaricava l’acqua in eccesso del pozzo formando un bacino per le abluzioni rituali, è stata rinvenuta la famosa statuetta in bronzo del capo villaggio (oggi conservata al Museo Archeologico di Cagliari).
Di grande interesse è anche il grande recinto delle feste, un enorme complesso costruito per ospitare i pellegrini che si recavano al santuario in onore della divinità . L’intera area merita una visita approfondita, perché c’è molto da vedere e da scoprire, in un luogo che vi sorprenderà e vi stupirà .
Nora
Nora è stata fondata su una piccola penisola della costa meridionale della Sardegna, alla quale è unita da una stretta linea di terra. Si trova nel territorio di Pola, una bella cittadina di origini medievali, nata probabilmente dopo l’abbandono dell’antica città . È circondato su tre lati dal Mar Mediterraneo, che non solo ha creato una splendida atmosfera per la visita del sito archeologico, ma ha anche lentamente inglobato parte dell’antico insediamento, che ora si trova sotto il mare.
L’area fu frequentata da popolazioni nuragiche e fenicie (VII secolo a.C.), diventando una vera e propria città a partire dal periodo punico, intorno alla fine del VI secolo a.C..
Sotto il dominio romano, la città crebbe e si abbellì, dal momento in cui le fu conferito lo status di Municipium nel I secolo a.C.. Il centro urbano raggiunse il suo apice costruttivo e architettonico durante il periodo imperiale, intorno al IV secolo d.C.. All’interno dei suoi confini ospitava strutture di ogni tipo, come l’acquedotto, l’anfiteatro, il foro, il teatro e le varie strutture templari e termali necessarie alla vita cittadina. L’abbandono avvenne intorno all’VIII secolo d.C., in un periodo in cui le coste della Sardegna erano un costante bersaglio della pirateria saracena.
Una visita alle rovine dell’antica città di Nora, dove archeologia, mare e natura creano un insieme unico, vi coinvolgerà ed entusiasmerà con i suoi splendidi panorami.
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Santissima Trinità di Saccargia
La Basilica della Santissima Trinità di Saccargia si trova nel comune di Codrongianos, in provincia di Sassari, e domina la verdeggiante pianura di Saccargia dall’alto dello sperone roccioso su cui sorge. Il nome Saccargia, secondo varie ipotesi, potrebbe derivare o dalla parola “sacraria”, per l’antico valore sacro attribuito alla zona fin dall’antichità , o dal termine sardo “s’acca argia”, che indica la mucca pezzata che, secondo la leggenda, appariva ogni giorno davanti al monastero, inginocchiata per essere munta dai monaci.
La chiesa è la massima espressione del romanico in Sardegna. Costruita da maestranze pisano-pistoiesi, vide una prima fase poco prima del 1112, poi consacrata nel 1116 e completata in una seconda fase nella seconda metà del XIII secolo. Fu costruito dal giudice Costantino I di Torres che, dopo aver fatto voto sacro con la moglie Marcusa de Gonale di avere un figlio, lo donò al monastero di Camaldoli nel 1112 dopo la nascita di Gonario II. La basilica è splendida, con un’alternanza di due colori dovuta all’uso di calcare bianco e pietre nere di basalto, con una lunghezza di 30 metri e un’altezza di 14 metri. La pianta è a croce commissa e presenta un’unica navata che termina con un’abside, nella quale si è conservato un affresco del XII secolo che raffigura un complesso ciclo pittorico, realizzato da maestranze tosco-laziali.
Il magnetismo che questo imponente e bellissimo edificio riesce a trasmettere è qualcosa di indescrivibile, che attira numerosi visitatori. Solo intravedendo il campanile da lontano, la voglia di visitarlo è irrefrenabile.
Castello Malaspina
Il Castello Malaspina, o anche conosciuto come Castello di Serravalle, nome della collina su cui sorge, si trova nel comune di Bosa. Fin dalla sua costruzione, ha svolto un ruolo strategico molto importante, essendo un’area di avvistamento e controllo sul fiume Temo. Sebbene la sua costruzione venga abitualmente fatta risalire al 1112, quando l’area fu inclusa nel Giudicato di Torres, i primi dati archeologici la attestano, in accordo con le fonti storiche, verso la metà del XIII secolo, essendo passata per dote matrimoniale nel 1232 nelle mani della nobile famiglia Malaspina, di origine toscana.
Il castello passò più volte di mano: ai giudici di Arborea nel 1317, poi alla corona d’Aragona verso la fine del XV secolo. Dal XVI secolo iniziò un lento declino a favore della vicina Alghero, popolata da catalani. All’interno delle mura si può ammirare la cappella palatina, costruita intorno al XIII secolo e poi dedicata verso la fine dell’Ottocento a Nostra Signora di Sos Regnos Altos, dove è conservato uno splendido ciclo di affreschi del XIV secolo, venuto alla luce durante i lavori di consolidamento. Dalle mura del castello si gode di una meravigliosa vista sulla colorata e vivace città di Bosa che, con il quartiere medievale di Sa Costa, costruito direttamente sotto le mura del castello tra il XIII e il XV secolo, vi stupirà con i colori pittoreschi delle case affacciate sul fiume.
Complesso nuragico La Prisgiona
Il complesso nuragico La Prisgiona si trova in Gallura, nella regione nord-orientale della Sardegna, nel territorio del comune di Arzachena. Si trova su un’altura che domina la valle di Capichera, incorniciata da un panorama di vigneti di vermentino e vegetazione a macchia mediterranea, che dà un’impronta inconfondibile all’intera zona. Il complesso risale al XIV secolo a.C., mentre andò in rovina intorno all’VIII secolo a.C..
Il nuraghe, composto da una torre centrale e affiancato da due torri laterali, collegate da un bastione, è circondato da un villaggio che occupa circa 5 ettari, composto da un centinaio di capanne. Le dimensioni e le tecniche costruttive di quest’ultimo non solo lasciano a bocca aperta, ma permettono di comprendere l’importanza che doveva rivestire il centro all’epoca, probabile polo di attrazione per le popolazioni della zona. Le varie strutture indagate nel villaggio ci hanno permesso di apprendere come ogni blocco svolgesse una diversa attività produttiva o artigianale, e come il consumo di vino fosse già una prassi. Ci troviamo di fronte a un unicum per la regione gallurese, poiché non esistono strutture simili di questa complessità architettonica.
La visita al sito è sicuramente una delle migliori che la Sardegna possa offrire, consentendo, attraverso un sistema di passerelle, una comoda passeggiata nel ripercorrere la storia e i percorsi del popolo nuragico che qui visse più di 3.000 anni fa.
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Monte Sirai
Il sito archeologico di Monte Sirai, nel territorio di Carbonia, si trova su un altopiano che domina il territorio del Sulcis, nel sud-ovest dell’isola, e offre un panorama unico e meraviglioso. L’area è stata frequentata fin dall’antichità da popolazioni neolitiche e nuragiche, che hanno lasciato diversi segni della loro presenza, tra cui uno dei più significativi è il vicino Nuraghe Sirai. I Fenici, intorno al 750 a.C., decisero di fondare un centro che, con la conquista dell’isola da parte dei Cartaginesi verso la fine del VI secolo a.C., vide la presenza di un nuovo gruppo sociale.
L’unicità di questo piccolo gioiello del patrimonio archeologico sardo è che è l’unico sito che si presenta con il suo impianto punico, poiché fu abbandonato intorno al 110 a.C. e non fu mai riqualificato dai Romani. Fu scoperto nel 1962 da un ragazzo di Carbonia e l’anno successivo furono avviate le indagini di scavo.
L’area archeologica permette di visitare l’insediamento, dove si può ammirare ciò che resta delle case puniche e l’antico tempio, in onore della dea Astarte, costruito sulle fondamenta di un precedente nuraghe. È possibile visitare l’area della necropoli, dove sono accessibili alcune tombe a camera scavate nella roccia, mentre l’area di Tofet non è attualmente accessibile. Per un’esperienza più completa, nella vicina Carbonia si trova il Museo Archeologico di Villa Sulcis, dove sono esposti molti bellissimi oggetti provenienti dal sito.
Miniere di carbone di Serbariu
L’area del Sulcis è sempre stata ricca di risorse minerarie, fatto che ha spinto numerosi popoli a insediarvisi per sfruttarne le ricchezze. Le miniere sono nate in seguito a diversi sondaggi che hanno permesso di individuare un grande giacimento di carbone nel 1936, durante gli eventi della Seconda Guerra Mondiale. La città di Carbonia è stata fondata negli anni Trenta, proprio per ospitare i minatori e i professionisti necessari alle attività della miniera. Queste hanno raggiunto dimensioni imponenti, con oltre 100 km di gallerie e una profondità di 103 metri sotto il livello del mare. Nei suoi quasi trent’anni di attività , raggiunse i 18.000 dipendenti, poi 5.000 poco prima della dismissione, portando a grandi e famosi scioperi, tra cui uno nel 1948 durato 72 giorni. Fu chiuso ufficialmente nel 1971, per poi essere riportato in vita con la costruzione e l’apertura dell’attuale Museo del Carbone nel 2006.
Questo ha permesso di recuperare edifici e attrezzature della miniera originale per scopi didattici, portando alla creazione di contenuti interessanti sulle attività minerarie. Sarà inoltre possibile visitare parte dell’antica galleria sotterranea, in una ricostruzione fedele dell’ambiente originale della miniera, e la sala argani, in cui sono conservati i macchinari per la discesa e la risalita dei minatori nei pozzi.
Necropoli di Sant'Andrea Priu
In una pianura nei pressi del comune di Bonorva, in provincia di Sassari, sorge un’importantissima necropoli legata al mondo funerario prenuragico, datata tra il Neolitico Recente e l’Eneolitico (3200 – 2850 a.C.). Si tratta di 20 ipogei, scavati in un banco di trachite rocciosa, a circa 2-3 metri di altezza. Tra queste, spiccano tre Domus de Janas, che presentano un livello tecnico completamente diverso dalle altre.
La tomba a camera e la tomba a capanna circolare presentano, nelle loro decorazioni, elementi che ricordano le capanne civili e che ci aiutano a immaginare come dovevano essere. La più suggestiva è senza dubbio la Tomba del Capo, uno degli ipogei più grandi del Mediterraneo, una Domus de Janas di 250 m2 con 18 stanze disposte in modo quasi labirintico. La parte centrale è costituita da un atrio che dà accesso ad altre due stanze poste una dietro l’altra, sulle quali si aprono altre piccole celle. È l’ipogeo dove le forme e le decorazioni incise sulla roccia si incontrano e si mescolano con l’arte cristiana.
La tomba, agli albori del cristianesimo, fu adibita a vera e propria chiesa, ripetutamente intonacata e affrescata con scene del Nuovo Testamento tra il IV e il VI secolo d.C., e probabilmente anche nell’VIII secolo. Nel 1313 fu dedicata a Sant’Andrea, da cui prende il nome l’intera necropoli.
Terme romane di Fordongianus
Il centro di Forum Traiani, dove furono costruite le terme, fu probabilmente fondato in tarda età repubblicana con il nome di Acquae Ypsitanae, assumendo solo successivamente il nome di Forum Traiani, con la concessione dello status di municipio da parte dell’imperatore Traiano, tra il 98 e il 117 d.C..
Tutta l’area appare strettamente legata al culto dell’acqua, come testimoniano il ritrovamento di diverse iscrizioni dedicate alle Ninfe, e altre dedicate al dio Bes/Aesculapio, divinità associata alla guarigione, a cui vanno riferite due statuette che lo rappresentano.
La data di costruzione della prima struttura è incerta, forse tra la fine del I secolo d.C. e l’inizio del II secolo d.C. Il complesso aveva origine da una grande vasca rettangolare a gradoni, chiamata natatio, in cui confluiva acqua termale alla temperatura di 54°C. Sui lati lunghi della vasca c’erano due portici, uno dei quali era collegato al secondo stabilimento balneare, a un livello leggermente più alto del primo. Costruito nel III secolo d.C., presenta la tipica composizione degli ambienti delle terme romane, suddivisi in frigidarium, tepidarium e 2 calidaria, in cui l’acqua non proveniva dalla sorgente termale, ma veniva riscaldata normalmente.
Immediatamente a sud delle seconde terme si conserva un’ampia piazza lastricata, da cui si diparte una scalinata che doveva condurre all’antico insediamento.
Parco archeologico di Biru'e Concas
Nel territorio di Sorgono, nella regione storica del Mandrolisai, al centro dell’isola, si trova il parco archeologico di Biru’e Concas, che in sardo si può tradurre come “il sentiero delle teste”. Si trova sulla collina di Coa’e sa Mandara, in un’area di 770 metri quadrati, all’interno di un bosco di lecci e sugheri. Il complesso è datato tra le fasi finali del Neolitico Recente e dell’Eneolitico (IV e III millennio a.C.).
Il sito è stato indagato archeologicamente per la prima volta nel 1994, con indagini incentrate in particolare sulla ricerca dell’insediamento, che non è stato trovato, ma che in compenso ha restituito numerosi materiali necessari alla datazione dell’area. Questa grande concentrazione di menhir, inseriti per taglio nella terra, si trovano disposti in vari modi: a gruppi di due o tre, in cerchio o in fila uno dopo l’altro, e in un caso 30 di essi sono disposti in doppia fila. I tipi sono semplici, per lo più proto-antropomorfi con volto piatto e dorso convesso, mentre ne spiccano due particolari: uno antropomorfo, con una leggera rappresentazione degli occhi e del naso, e una statua-menhir con un volto raffigurato e un pugnale in vita. Oltre al menhir, nella zona si trovano anche le rovine di un nuraghe e i resti di un grande muro megalitico risalente al medio eneolitico (2400 – 2100 a.C.), che si presume, allo stato attuale delle ricerche, dovesse circondare un’area di 1600 metri quadrati.
Il Castello di Eleonora d'Arborea
Il castello di Eleonora d’Arborea, nel comune di Sanluri, occupa l’area del Medio Campidano, sotto le alture della Marmilla, in quello che un tempo era un punto strategico al confine tra i Giudicati di Cagliari e Arborea. Attualmente, la data più probabile della sua costruzione è ritenuta tra il 1188 e il 1195, quando fu commissionata dal giudice Pietro I d’Arborea per difendere i suoi territori dal vicino Giudicato di Cagliari.
Fu poi ampliata e completata a metà del XIV secolo da Pietro IV d’Aragona. Il castello prende il nome da una delle principali figure della storia medievale sarda, anche se non sembra che Eleonora d’Arborea abbia effettivamente soggiornato nel castello. L’edificio è stato testimone di eventi che hanno segnato la storia della Sardegna, come la firma della Pace di Sanluri, nel 1355, tra la Corona d’Aragona e il Giudicato d’Arborea, e la Battaglia di Sanluri, nel 1409, che decretò la fine del Regno d’Arborea, a favore di Martino I di Sicilia, erede della Corona d’Aragona. Durante la battaglia, un distaccamento dell’esercito arborense cercò riparo all’interno del forte, ma non riuscendo a resistere alle truppe nemiche, oltre 600 soldati persero la vita.
In seguito, il castello perse le sue funzioni strategiche e difensive per diventare una semplice struttura residenziale, passando più volte di mano fino all’attuale proprietà dei Conti di Villa Santa. Oggi ospita il Museo Risorgimentale Duca d’Aosta, voluto dal Duca d’Aosta Emanuele Filiberto nel 1927 come omaggio ai sardi caduti nella guerra per l’unità d’Italia, che ospita diversi cimeli storici.
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Use the checklist below to add any or all of the sites mentioned above. Simply select the sites you want to visit by checking the boxes, or check the ‘select all’ box at the top of the list. To find more sites to visit in Sardinia, consult our Sardinia Travel Guide. Or consult the A – Z list of Art, Archaeology & History Sites & Museums in Sardinia, Italy.
- Su Nuraxi di Barumini
- Tharros Archaeological Site
- Mount d'Accoddi
- Antas Archaeological Area
- Basilica of San Simplicio, Olbia
- Romanzesu Archaeological Area
- Alghero Medieval Walls
- Domus de Janas S'incantu - Necropolis of Monte Siseri
- Roman Amphitheatre, Cagliari
- The Nuragic Sanctuary of Santa Vittoria
- Nora Archaeological Site
- Holy Trinity of Saccargia
- Malaspina Castle
- Nuraghe la Prisgiona
- Mount Sirai Archaeological Park
- Serbariu Coal Mines Museum
- Necropolis of Sant'Andrea Priu
- Roman Baths of Fordongianus
- Biru'e Concas Archaeological Park
- Eleonora d'Arborea Castle
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